Luce. Se si dovessero citare i materiali di cui è composta l’installazione “Sete” di Clara Luiselli si dovrebbe per prima cosa citare la luce. E solo successivamente il vetro dei contenitori, vasi, bicchieri, caraffe, i granelli di sale e la carta da lucido quadrata e sottile su cui sono realizzati i disegni.
L’installazione, esposta per la prima volta nel 2016 all’interno della mostra “Dare coraggio” curata da Giuliano Zanchi nell’ex carcere Sant’Agata di Bergamo, trova nel contesto della Chiesa di San Biagio il luogo adatto per la sua più ampia espressione. Lo spazio, recuperato alla modernità grazie a un intervento insieme conservativo e innovativo che affianca i mattoncini medioevali all’innesto architettonico moderno di una cupola in vetro, permette alla luce di penetrare completamente all’interno dello spazio, di permearlo dall’alto mantenendo nella parte inferiore un calore e un sentore di terra. Con un ardito sfondamento prospettico che nei secoli è stato realizzato solamente con abili trompe l’oeil di nuvole e cori d’angeli, la visione del cielo dall’interno della chiesa apre un respiro e una prospettiva altissimi, donando ai contenitori di Clara Luiselli il ruolo di messaggeri, mediatori delle vicende terrene e celesti. Linguaggio comune tra i due mondi, la luce, che disegna nei materiali come un acquerello spargendo intorno il suo argento e il suo oro. É grazie alla luce che emergono dalla carta i disegni appena accennati ed è la luce che, passando attraverso il vetro, modifica, sposta, accende i particolari in modalità differenti a seconda del passare delle ore.Un’installazione sempre mutevole, in movimento, al massimo grado naturale in quanto soggetta alla variazione degli agenti atmosferici esterni.
In una performance partecipata, Clara Luiselli offre al visitatore la possibilità di individuarsi, nel senso heideggeriano di essere-nel-mondo, in uno dei contenitori di vetro presenti sulla soglia, vari come differente è il corpo di ognuno con la sua modalità unica di rapportarsi all’esistenza, in mezzo agli altri. Scegliendo per sé un vaso di vetro, lo spettatore si fa egli stesso contenitore per il rivelarsi delle istanze proposte. Il sale, elemento di costituzione dell’amaro del mare, delle nostre stesse lacrime e metafora dell’intensità della vita, viene aggiunto da ognuno in quantità a piacere, contribuendo a creare, per il gioco di luce, effetti diversi in ciascun contenitore.
Interviene infine l’artista, come elemento unificatore dei gesti dei presenti, a poggiare sulla superficie dei contenitori i disegni quasi trasparenti, che diventano maggiormente visibili proprio grazie all’intervento della luce che fa da reagente, strumento rivelatore di un’essenza fino ad allora quasi solo in potenza. E appaio così dei fragili segni stilizzati, schegge e fumo di fuochi d’artificio, visioni fugaci. Sensazioni, emergenze dalla memoria di vissuti passati, “apparizioni uniche di una lontananza, per quanto questa possa essere vicina”, come per Benjamin l’aura dell’opera d’arte. L’accostare i disegni l’uno all’altro sui dislivelli di altezza dei contenitori si configura qui, tassello per tassello, come la creazione demiurgica della superficie del mare, sulle cui onde si adagiano le figure come piume, come gabbiani stanchi di volare. Un oceano in miniatura, un unificare e legare i frammenti di vite distinte ricreando, all’interno del piccolo spazio d’esposizione, un microcosmo di vicinanza ideale.
Durante l’inaugurazione, alla performance di Clara Luiselli si intreccerà Speculum tintinnabuli di Giuseppe Jos Olivini. Il soundscape site-specific, ideato nel solco della “musica delle cose”, è realizzato facendo uso dei suoni prodotti dalla stimolazione dei materiali dell’installazione (acqua, vetro, sale, passi) rielaborati elettronicamente e miscelati con “eventi sonori” ordinariamente intesi.
